Come la verità dei fatti viene modellata e rimodulata dai media

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Tra noi e ciò che accade ci sono le rappresentazioni fornite dai mezzi di comunicazione di massa.

Il mestiere di comunicatore, giornalista o scrittore per i media richiede un’alta dose di professionalità, la cui formazione passa per gran parte dal “fare” (il laboratorio, la bottega artigiana del comunicare).

È però importante avere consapevolezza delle conseguenze delle azioni comunicative, per meglio interpretare il ruolo professionale svolto.

Nel mare magnum delle teorie dei media, ci sono quattro teorie che affrontano e illustrano i processi attraverso cui i mezzi di comunicazione di massa influenzano le conoscenze dei fruitori delle notizie; e le conseguenze che tutto ciò ha sul comportamento delle persone.

La prima teoria è quella di Walter Lippmann sulla “funzione della stampa nella costruzione del significato”. È su questa che mi voglio concentrare oggi.

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Stampa e costruzione del significato

Walter Lippman, giornalista, ha dimostrato, negli anni venti del Novecento, come le caratteristiche del mondo reale abbiano spesso uno scarso rapporto con le opinioni che le persone hanno di quello stesso mondo.

Lippmann ha poi dimostrato come le interpretazioni date dalla stampa agli eventi possano radicalmente alterare l’interpretazione della realtà delle persone. E i loro conseguenti modelli di azione.

Prendiamo, come esempio, il caso di Milena Sutter e Lorenzo Bozano. È l’interpretazione che la stampa dà della vicenda – trattandola da subito come un sequestro di persona – a condurre l’idea che le persone si sono fatte di quanto è accaduto.

In conseguenza di questa idea del caso, le persone – inquirenti in primis – si sono mosse.

Tant’è che nessuno, prima del libro Il Biondino della Spider Rossa. Crimine, giustizia e media, ha mai messo in discussione il “dogma” del rapimento della ragazzina, a Genova, il 6 maggio del 1971.

Lippman ha concluso che le persone agiscono non sulla base di ciò che ha realmente avuto luogo o che è effettivamente accaduto, ma sulla base di quella che pensano sia la situazione reale secondo le descrizioni fornite loro dalla stampa.

Siamo pertanto di fronte a significati e interpretazioni che spesso corrispondono soltanto in parte a quanto è successo.

Tant’è che nel libro Il Biondino della Spider Rossa dimostro l’infondatezza della tesi del rapimento. E porto alla luce una serie di contraddizioni in ciò che è stato raccontato e rappresentato dai media, prima, e poi nelle aule di giustizia.

Queste descrizioni fornite dalla stampa – ci dice Lippmann, e noi possiamo allargare la sua riflessione a tutti i media – possono condurre ad azioni inappropriate e a comportamenti che hanno scarsa relazione con la vera natura del mondo esterno.

I mezzi di informazione, peraltro, non si predispongono deliberatamente a creare illusioni o a ingannare qualcuno, osserva Lippmann.

Al contrario i codici etici del giornalismo insistono sull’oggettività, sull’equilibrio, sulla completezza e la fattualità dell’informazione.

Il problema è che si tratta di obiettivi irraggiungibili, viste le condizioni in cui i giornalisti sono costretti a lavorare dalla struttura dell’industria editoriale:

  • limitatezza di risorse,
  • processi di lavorazione che debbono fare i conti con tempi e spazi ridotti

Di conseguenza, i resoconti sono inevitabilmente sommari e si concentrano solo sui fatti centrali, ignorando gli altri.

Possiamo quindi affermare, grazie a quanto scrive Lippmann nel suo libro Opinione Pubblica, che tra noi e la verità sostanziale dei fatti vi sono i racconti dei media.

E i racconti dei media non sempre aderiscono a ciò che è effettivamente accaduto, alla verità nel suo ampio spettro e alla concretezza di eventi e situazioni.

Maurizio Corte
corte.media

(Photo Bank Phrom – Unsplash)